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Latino 101 – la concordanza del pronome relativo con il suo antecedente

Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in cammino. Al poeta riescono sintesi ispirazionali precluse al bibliotecario veterorazionalista, ahimè. Ma comunque vada il viaggio, più prima che poi ti imbatterai i quei simpaticissimi Lestrigoni adoratori della concordanza.

E ricordiamo che, in Latino la concordanza ha lo stesso grado di necessità delle tre leggi della robotica di Asimov: impossibile sfuggirle. Eccone le tre leggi

  1. concordanza del verbo con il soggetto della frase: il verbo concorda con il soggetto della frase in numero e genere;
  2. concordanza dell’aggettivo con il nome da cui è retto: l’aggettivo concorda con il nome da cui è retto in genere, numero e caso;
  3. concordanza del pronome con il suo antecedente: il pronome concorda con il nome cui si riferisce in genere e numero.

Queste leggi – osservate tassativamente – servono per ricollegare le parole tra di loro, determinando a quali si riferiscano; la loro importanza è ovvia: vanno sapute, sia riconoscere – in traduzione – che applicare – in costruzione.

Per padroneggiare la concordanza (3) del pronome (relativo) con il suo antecedente, bisognerà pur sapere che

  1. esistono cose come i pronomi relativi (qui, quae, quod)
  2. che un pronome relativo si riferisce a qualche altra parola (da cui il nome)
  3. che la parola cui si riferisce è detta il suo antecedente: trovare l’antecedente, questo è il problema.

A questo punto, un pronome relativo concorda con il suo antecedente in genere e numero, ma il suo caso dipende dalla costruzione della frase in cui si trova, non dal caso del suo antecedente. Qualche esempio spiega tutto:

concordanzadelpronomerelativo_20160913

 

Tra questi, notevole il numero (6): l’uso del pronome determinativo is, ea, id come antecedente del relativo:

Is, qui est fortis, laudatur. Egli, il quale è forte, è lodato.

Ma il pronome relativo può anche venire prima (per maggiore enfasi, al solito) del suo antecedente:

Qui est fortis, is laudatur. Colui (il quale) che è forte, (egli) è lodato. Questa figura retorica latina viene detta prolessi (anticipazione) del relativo.

 

 

Dobbiamo questa bella paginetta esplicativa al testo Essentials of Latin for Beginners di Henry Carr Pearson.

 

 


Latino 101 – le dure leggi della concordanza

Cosa succede quando ignori le (pessime) opinioni dei contemporanei e ti viene l’ideona di iscriverti alla prima occasione in una scuola superiore che preveda ancora l’insegnamento della lingua Latina? Ti serve dare un’occhiata – meglio due – a un corso di latino per neofiti, una sorta di latino 101 (ammettiamolo, detto così fa più chic: con il termine di corso 101 si indica infatti, nel sistema scolastico degli Stati Uniti, un corso introduttivo, che non abbia quindi alcun prerequisito): qualcosa che, col pretesto di insegnare i rudimenti di questo linguaggio permetta anche di consolidare un po’ di analisi (grammaticale/logica/del periodo) dell’italiano, di costruire (di ampliare, a voler peccare di ottimismo) il lessico, di tornare a parlare di storia antica.

Comunque vada, più prima che poi ti imbatterai nelle leggi della concordanza, che spiegano come alcuni legami nel significato delle parole all’interno della frase vengano espressi attraverso legami nelle flessioni (declinazioni e coniugazioni) delle parole stesse.

Con lo stesso grado di necessità delle tre leggi della robotica di Asimov, ecco le tre leggi della concordanza latina:

  1. concordanza del verbo con il soggetto della frase: il verbo concorda con il soggetto della frase in numero e genere;
  2. concordanza dell’aggettivo con il nome da cui è retto: l’aggettivo concorda con il nome da cui è retto in genere, numero e caso;
  3. concordanza del pronome con il suo antecedente: il pronome concorda con il nome cui si riferisce in genere e numero.

Queste leggi – osservate tassativamente in letteratura – servono per ricollegare le parole tra di loro, determinando a quali si riferiscano; la loro importanza è ovvia: vanno sapute, sia riconoscere – in traduzione – che applicare – in costruzione.

Per padroneggiare la concordanza (2) dell’aggettivo con il nome, è opportuno fare qualche esercizio di declinazione congiunta nome<-aggettivo; ecco qualche test. A farne – per scritto – uno al giorno, alla fine sapremo le declinazioni di nomi ed aggettivi a menadito.

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Questi esercizi sono tratti da The new delectus; or, Easy steps to Latin construing by George Henry Stoddart (1857, Whittaker, London).

Ah oggi, almeno in Lombardia, ricomincia la scuola. Come del resto alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare.

 


il senso del dovere latino: la perifrastica passiva

 

rovistare tra grammatiche latine di fine ottocento, si trovano, di tanto in tanto, esempi e specchietti riassuntivi carini.

 

Per esprimere il senso del dovere, nulla di meglio della perifrastica passiva. Si forma con il gerundivo (aggettivo verbale) dell’azione impiegato come predicato nominale.

 

Come funziona?

  • è una coniugazione passiva, quindi la frase va girata al passivo: io devo fare qualcosa -> qualcosa deve essere fatto da me;
  • il soggetto della frase (chi che “deve fare” qualcosa) va quindi in DATivo (dativo d’agente; non A, AB+ABLativo);
  • un verbo intransitivo va quindi usato impersonalmente (in pratica il predicato nominale è in genere neutro).

 

 

 

Come si coniuga?

 

 

 

Per riferimento, da dove sono tratti questi specchietti,  Essentials of Latin for Beginners. (H.C.Pearson, American Book Company, New York, 1912).

Buon fine settimana.


ritorno a scuola? a tutta perifrastica (attiva, si spera).

 

Mai come in prossimità del ritorno a scuola resta attuale ricordarsi della perifrastica attiva. E a rovistare tra grammatiche latine di fine ottocento, si trovano, di tanto in tanto, specchietti riassuntivi carini.

La perifrastica attiva si forma con il participio futuro attivo e il verbo essere. Ha significato attivo e futuro: esprime l’idea di essere sul punto di fare qualcosa, di iniziare a fare qualcosa, di voler fare qualcosa.

Visto che non c’è il tempo futuro nel congiuntivo, possiamo usare questa perifrastica al suo posto.
Come si coniuga in pratica?

 

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Per riferimento, da dove sono tratti questi specchietti,  Essentials of Latin for Beginners. (H.C.Pearson, American Book Company, New York, 1912).

Morale? Per dirla col Rovazzi, imperaturi sumus (andiamo a comandare).

 

Buona settimana.


l’avverbio latino viene dall’aggettivo. casi elementari

 

A rovistare tra grammatiche latine di fine ottocento, si trovano, di tanto in tanto, specchietti riassuntivi carini.

Gli avverbi si formano a partire dagli aggettivi: se l’aggettivo è della prima classe, allora si aggiunge -e alla radice della parola, se invece è della seconda classe si aggiunge -ter. Tutto qui? Quasi: per alcuni aggettivi, invece, si ricava l’avverbio corrispondente direttamente o dall’ablativo singolare o dall’accusativo singolare neutro.

 

Per riferimento, da dove è tratto questo esempio,  Essentials of Latin for Beginners. (H.C.Pearson, American Book Company, New York, 1912).

Morale? La solita: si impara la regola e si memorizzano alcune sue eccezioni notevoli come elementi del lessico di base.

Buona domenica.


sul latino, il greco e l’importanza degli studi umanistici, un secolo fa

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Siamo alle solite, pare che – soprattutto a fine agosto, verso l’inizio del nuovo anno scolastico – non si possa fare a meno, di fare uscire articoli (qui si esibisce con tutta la sua autorevolezza il Sole 24 Ore, a firma Nicola Gardini – autore di “Viva il Latino”) sulla supposta utilità (o inutilità per chi la pensi diversamente, allo stato attuale della discussione sarà infatti ben difficile far cambiare idea a qualcuno) della formazione umanistica: in genere sotto le vesti, dichiarate nel titolo o nell’incipit del pezzo di “attacco al liceo classico”.

Se non è per contrastare il lamentato abbandono del Liceo Classico allora si tratta di salvare quella sorta di soldato Ryan del corpo dei Marines (esercito della libera Repubblica della Cultura, al momento alle prese con una rotta che non si è vista neanche a Caporetto) che ormai è divenuto lo studio del Latino: e qui si esprime argomentando un’icona come il Settis, su Repubblica, poco tempo fa.

Sempre parlando per icone, Umberto Eco, a suo tempo non aveva mancato di rappresentare  il problema (in questa bella Bustina di Minerva, nel 2014)  in termini diversi, ma risalendo coi suoi bei modi all’archetipo della memoria:

”’Ma perché è così importante sapere che cosa è accaduto prima? Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi e in ogni caso, come per le formazioni dei calciatori, è un modo di arricchire la nostra memoria”’. Formulazione solo un po’ meno pessimistica del Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo di George Santayana.

Insomma, ottimi riferimenti, discutibili quanto vuoi ma ottima base davvero per tutti gli articoli e le articolesse di fine estate (anche di dubbia qualità: per cortesia evitiamo di additare mister FB ad esempio di cogenza dello studio del latino; coniugare qualche sua lettura giovanile con il successo che gode significa solo ignorare che la statistica non si applica al singolo individuo; di questo passo si potrà anche giustificare la notorietà di qualche particolare esamificio con la figura ispirazionale del calciatore di turno, suo ex-alunno, reificazione del feticcio tardocalvinista del successo terreno).

Qualche dubbio mi viene, e mi viene rileggendo e riflettendo su quanto si diceva riguardo questi stessi problemi più o meno un secolo fa (non penserete mica che la descresciuta rilevanza degli studi umanistici rispetto ad una presunta familiarità con la téchne sia da imputarsi alla sola riforma gelmini, riforma che non per disattenzione  scrivo in minuscolo). Questo perché non riesco, sarà certo miopia mia, a trovare in quanto si argomenta oggi, rispetto a quanto si faceva allora, nuove idee, rinnovati moventi per rimettere un po’ di umanesimo al centro del paese, invece di demolirlo completamente, per far spazio al nuovo e luccicante centro commerciale.

La lettura, anche sommaria, di un tomo come il Latin and Greek in American education, with symposia on the value of humanistic studies, di Kelsey, Francis W. (1911, New York, London, The Macmillan Company) è illuminante e sconfortante al tempo stesso: vi potrete trovare un bel repertorio, completo ad abundantiam, di considerazioni e motivazioni a critica e supporto dell’educazione classica nel sistema scolastico statunitense di un secolo fa; motivazioni per la stragrande parte ancora valide e usate anche oggi. Ma si tratta ormai di merce di un secolo fa, appunto – ricicciamo cose già viste e sentite (sempre meglio che dimenticarle, ma non sembra sufficiente).

Nel frattempo, come direbbe Severino, qualche piccolo salto epistemico è avvenuto e sta avvenendo: il mondo fatto a nazioni di fine ottocento è diventato il mondo fatto a subcontinenti (e visto che ci siamo se qualcuno vuole dare premi – ovviamente postumi, di Nobel sulle intenzioni ne abbiamo già avuti a sufficienza – alla verificata capacità di previsione, Orwell/Huxley sono sempre pronti ad accettarli); molte fisicità e distanze sono state virtualizzate dai computer e da Internet; il lavoro, ci piaccia o no, sta per diventare la merce scarsa dalla seconda metà del XXI secolo in poi.

Cosa volete che abbia a che fare il latino, il greco, il liceo classico (o anche il liceo scientifico vero e proprio buonanima, quello di prima della riforma gelmini) in tutto questo? La questione è aperta: a trovar nuovi moventi, molte più persone verranno a prestarvi fiducia. Altrimenti una formazione semplificata venduta come maggiormente orientata ad un presunto risultato pratico sembrerà molto più attraente – l’erba cattiva scaccia quella buona: poche persone hanno nozione su come l’investimento scolastico abbia ritorni a distanze così lunghe da dubitare vi sia capacità predittiva alcuna su di esso. Non crediate che il ministro che vari l’attuale buona riforma scolastica sarà ancora al suo posto quando ne trarrete le somme, mentre anche oggi un caffè postumo a Giovanni Gentile, a prescindere – e con qualche non piccola difficoltà – dalle sue idee politiche, posso ancora pensare di offrirlo.

Non è decisivo continuare a ripetere l’utilità della formazione classica rispetto all’idea di uomo così come è ora: serve piuttosto individuare, se esiste, una specificità di questo tipo d’istruzione nella realizzazione dell’uomo che meglio sarà adatto ad affrontare più o meno ipotetiche sfide future (il che esclude sin d’ora, sia chiaro, l’ipotesi di considerare il modello del “buon consumatore” come ancora praticabile nel medio periodo): un problema di rinnovato umanesimo. O forse di marketing della cultura classica, a voler essere davvero cinici: in fondo abbiamo solo 3/4 mila anni di civiltà della parola scritta alle spalle, quasi nulla se pensiamo che l’homo sapiens si è evoluto in questa forma attuale ben 200 mila anni fa. Possiamo pensare infatti, visti i tempi intercorsi, che quanto sia stato buono per l’uomo dell’Ottocento sarà buono anche per l’uomo del XXI secolo tanto quanto come che l’intera civiltà della parola scritta sia irrilevante rispetto all’evoluzione della razza umana nel suo complesso. In mezzo tra queste due posizioni ci sta tutto: i markettari potranno esibirsi in scioltezza.

Facciamo un altro po’ d’ironia? Dove sono quelle anime candide che un secolo fa propagandavano la maggiore utilità nello studiare il tedesco rispetto al latino? Con lo stesso metro dovremmo oggi imparare (oltre all’inglese, in ordine di utenza), spagnolo, cinese mandarino, hindi indiano – ammesso che negli ultimi due casi le lingue “ufficiali” siano poi veramente praticabili sul posto (e parlandone da ignorante, beninteso), russo. Fico, ma solo in apparenza: alla fine si scopre che gli scienziati, per la scrittura e la condivisione della propria produzione, convergono al più su una lingua sola (l’inglese, dove una volta era il latino). E io invece dovrei studiare – ad esempio – cinese mandarino per capire, da buon consumatore, il manuale di istruzioni del mio nuovo telefonino? No, mi spiace, come buon consumatore pretendo che le istruzioni mi vengano somministrate nella mia lingua madre – oppure rassegnarmi a leggerle in inglese ovvero considerare la cosa ostativa all’acquisto del telefonino stesso. O per intraprendere, sempre da buon consumatore, un bel viaggetto e leggere dal vivo i cartelli stradali in lingua? O ancora per tradurre, ovviamente sottopagato, qualche cartella stampa? La finisco qui per non rattristarvi ulteriormente.

Molto meglio imparare a pensare e a comunicare concetti, piuttosto che parole: nulla abbiamo di meglio a questo fine delle arti demodé del trivio e del quadrivio. Ma serve un nuovo quadro di riferimento per riproporne la cogenza – e in fretta, ad attendere un salto epistemico prossimo venturo che ce la mandi buona c’è il rischio di passare nel frattempo allo stato di reperto museale.

Tentiamo una congettura? Ma una banale: quei genialoidi dell’Università della California a San Diego stanno facendo un po’ di ipotesi ed esperimenti su come il cervello apprenda le informazioni, e te lo spiegano pure: “Using these approaches, no matter what your skill levels in topics you would like to master, you can change your thinking and change your life. …If you’ve ever wanted to become better at anything, this course will help serve as your guide.”

Magari, a ben vedere, l’apprendimento in età preadolescenziale, di rudimenti di latino e di greco è un’attività che si sposa meglio di altre ad applicare questi concetti – quindi a trarne vantaggio. Questa si che sarebbe una (lieta) sorpresa. Ma è solo una congettura, al momento senza verifica sperimentale.

Nel frattempo, sulla scorta dell’evoluzione della neolingua orwelliana, tengo care le lingue morte (assieme all’ermo colle): oltre a tutto quanto già ben noto, anche come gioco di società funzionano ancora benissimo; nuove e migliori argomentazioni a loro favore verranno – e anche con dati a supporto, si spera.


Latino 101 – ancora bibliografia, antologia con esercizi

wpIMG_20160623_1057-028Con il termine di corso 101 si indica, negli Stati Uniti, un corso universitario introduttivo, che non abbia quindi alcun prerequisito.

Un po’ come quando butti il cuore oltre l’ostacolo e ti metti a studiare un po’ di latino (il latinuccio del mio primo insegnante… ah nostalgia canaglia) alle scuole medie. Attività opzionale, e peggio ancora non sei nemmeno così ferrato sulla grammatica italiana (al punto che puoi usare lo studio del latino per verificare la conoscenza dell’italiano tanto quanto viceversa; suggerimenti: 1. prova a tradurre il perfetto con il passato remoto – quest’ultimo, almeno in Lombardia, è ormai dimenticato. 2. il lessico… vabbè qui è come sparare sulla croce rossa).

Niente paura: ma serve un corso di latino per neofiti, una sorta di latino 101 (ammettiamolo, detto così fa più chic): qualcosa che, col pretesto di insegnare i rudimenti di questo linguaggio permetta di consolidare un po’ di analisi (grammaticale/logica/del periodo) dell’italiano, di costruire (di ampliare, a voler peccare di ottimismo) il lessico, di tornare a parlare di storia antica.

Una piccola bibliografia essenziale, messa assieme a partire da testi di pubblico dominio, dei quali sia possibile scaricare, stampare, condividere il pdf, addirittura fotocopiare e distribuire senza alcun timore è disponibile qui.

Rispetto a quest’ultima ci sarebbe ancora da aggiungere qualche altro libro di lettura, una qualche antologia con richiami di grammatica, facciamo tre proposte:

Ecco, ad aver voglia di esercitarsi sui verbi, sul lessico e sulle regole grammaticali qui ne trovate per tutti i gusti.


in aiuto del giovane insegnante di Latino di un secolo fa

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Voglia di fare filosofia, più o meno spicciola? Leggetevi un po’ questo: Teaching high-school Latin (Game, Josiah Bethea, The University of Chicago Press, Chicago, 1916).

Quest’anno fa giusto un secolo dalla sua pubblicazione.

Anticipo solo, traducendola maccheronicamente, la chiusa della prefazione: “I giovani insegnanti di Latino hanno un grande ruolo nell’educazione della nuova generazione e nel tenere alto gli ideali di erudizione tra la gente. Possa questo piccolo libro servire a rendere forti le loro mani e i loro cuori nel loro buon lavoro” (Agosto 1916, c’è una guerra mondiale in corso là fuori, e nemmeno l’ultima).

Buon divertimento.